Due parole (con spoiler!) su
Indiana Jones e il regno
del teschio di cristallo

A cura di Diduz


Pur occupandomi di cinema da una vita (negli ultimi anni per lavoro), non ho mai ceduto alla tentazione di trasformare Lucasdelirium in un pulpito-blog sui film. L'occasione di un quarto capitolo di Indiana Jones, atteso dai fan sin dal lontano 1989, anno dell'indimenticabile Indiana Jones e l'ultima crociata, mi vede MORALMENTE costretto a dare il mio parere. Non l'ho fatto per le nuove pellicole di Star Wars, di cui non sono mai stato un appassionato, ma Indiana Jones è un personaggio che ho amato tanto, al quale sono legati miei bellissimi ricordi tra sala e vhs.

In una recente intervista da Cannes, una giornalista accorta ha domandato al trio Harrison Ford-Steven Spielberg-George Lucas chi fosse stato il più restio a riprendere in mano il franchise dopo diciannove anni (!!!). Dopo un attimo di titubanza, la mano l'ha alzata Spielberg. Stasera, visto il film, ne capisco il vero motivo.
La vicenda, spostata dagli autori dagli anni Trenta della prima trilogia (I predatori dell'arca perduta del 1981, Indiana Jones e il Tempio Maledetto del 1984 e Indiana Jones e l'Ultima Crociata del 1989) agli anni Cinquanta, vede Indiana, dopo un prologo in cui è costretto da Russi in incognito a trovare un reperto misterioso nella famosa Area 51, aiutare lo scavezzacollo Mutt a recuperare il suo padre adottivo prof. Oxley, ex-collega di Indy, scomparso alla ricerca del mitico Teschio di Cristallo di Akator. Sulla strada, Indy scoprirà che Mutt è suo figlio, avuto con la Marion Ravenwood de I predatori e sperimenterà suo malgrado un incontro ravvicinato con alieni. Fin dall'inizio del film, è evidente che lo spostamento negli anni Cinquanta, dettato dalla necessità di giustificare il non più celabile invecchiamento del protagonista Harrison Ford, è stato saggiamente sposato dagli autori su tutti i livelli. Sul livello narrativo, perché i temi del film, cioè maccartismo, minaccia atomica, alieni, caratterizzarono quel periodo, sia su quello linguistico, perché il modo in cui tali temi sono serviti poggia le sue basi sulla narrazione da b-movie di quell'era di Hollywood, dove non per nulla trovan posto anche formiche mangiauomini ed evoluzioni sulle liane alla Weissmuller.
La grossa spina nel fianco dell'operazione Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo, più della colonna sonora insignificante di Williams, è la sceneggiatura. Il copione risulta scritto dal solo David Koepp (autore di copioni orrendi come quello di The Lost World ma anche di gioielli come l'adattamento di Carlito's Way), ma sappiamo che è un rimaneggiamento di varie stesure, tra cui una completa di Frank Darabont (Le ali della libertà) rifiutata da Lucas, ed una di Jeff Nathanson (Prova a prendermi), accreditato alla fine solo come coautore del soggetto insieme a George. Mi sembra chiaro che l'intenzione fosse quella di recuperare l'approfondimento caratteriale dei personaggi che l'evocazione del loro passato e i rapporti di parentela avevano garantito a L'ultima crociata: quest'intenzione, di cui si trovano tracce nel prodotto finito, si dev'essere però parzialmente spenta in un qualche momento, durante una delle tante stesure, lasciandoci con uno svolgimento della storia e con dei dialoghi incerti tra il pulp spinto de Il Tempio Maledetto e la ricerca della plausibilità del primo e del terzo capitolo. La caratterizzazione dei personaggi sostanzialmente non esiste, tutti risultano vivere solo nella loro funzione meccanica nella storia, ad un livello superficiale. Vi ricorda qualcosa? Ecco che ritorna l'idea del b-movie, approccio confermato esplicitamente da Spielberg. L'inghippo è qui. Se il primo e soprattutto il secondo capitolo della trilogia poggiavano le loro basi nel serial cinematografici di consumo degli anni Trenta e Quaranta, è anche vero che L'ultima crociata ed ancor di più la sottovalutata serie tv Le avventure del giovane Indiana Jones (tenute presente in almeno un dialogo in questo film) si erano allontanati dalla mimesi pedissequa delle loro fonti d'ispirazione, per donare ad Indiana e al suo entourage un respiro più tridimensionale. Acqua passata, a quanto pare: si torna alle origini?

Vent'anni non sono passati solo per Ford, per il cinema e per il pubblico. Sono passati anche per Steven Spielberg, che ultimamente, tra uno Schindler's List, un Prova a prendermi, un Munich e un Minority Report, cerca una dimensione propria che abbraccia sempre di più un impegno civile ed un occhio alla storia e alle dinamiche della società. Costretto da Ford e Lucas a tornare su Indy, lo ha guardato dal di fuori, forse senza nemmeno rendersene conto. Invece di prendere il controllo di Indiana affinché ci afferrasse e ci catapultasse nelle sue vicende, ha ammirato Indiana con l'occhio del cinefilo, non più dello spettatore, chiedendoci sì della complicità, ma non la complicità di un tempo, quella narrativa. Accettato il soggetto sci-fi b-movie di Lucas, inzialmente nel 1992 da lui rifiutato, ha smesso di credere ad Indiana come eroe e ce l'ha offerto vent'anni dopo come fenomeno, giocando con noi spettatori come ha fatto sul set con Harrison e Karen Allen: sottolineando ossessivamente la natura scherzosa ed autoironica dell'operazione, in modo addirittura spudorato, con buffe talpe testimoni di una sequenza action o con situazioni da cartoon (Mutt ondeggia tra le liane in modo volutamente artefatto). Un tempo Indiana Jones era per Spielberg un fratello, un amico che si invidiava per la vita spericolata, ora è diventato come un figlio da guardare paternalisticamente, una pausa di - tecnicamente parlando - cazzeggio. L'ultima crociata nacque da un impegno reale che il regista sfoderò con Lucas, ma Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo, forse anche complice il rifiuto della misteriosa sceneggiatura di Darabont molto gradita a Spielberg, è solo un favore: poco importa che l'indagine di Indy e Mutt sia spiegata frettolosamente e con continui salti narrativi, "è un b-movie". E si sa, nel b-movie il tempo che si passa a spiegare è tempo sprecato, conta la forma chiassosa, non il contenuto.

Sembra quasi paradossale dirlo, ma è proprio quest'atteggiamento di uno Spielberg sempre attentissimo all'immagine che salva la pellicola dal disastro, a patto che non siate tra coloro che fingono che Il tempio maledetto non faccia parte del canone: l'unica maniera di sopportare una sequela di forzature con poco capo e poca coda, è quello di buttare tutto in una risata consapevole, con una fotografia dai colori imprevedibili (dell'ormai fedelissimo Janusz Kaminski) e qualche sequenza ben orchestrata (il test dell'atomica). Aiutano questa chiave sicuramente gli attori, rassegnati all'ora di ricreazione generosamente offerta dalla Lucasfilm e dalla Paramount, con in testa un Harrison Ford in perfetta forma, spiritoso, dinamico e disposto a farsi rubare la scena dalle smorfie di Cate Blanchett, Shia LaBeouf, John Hurt e Karen Allen. Deludenti? A una festa in maschera si porta la voglia di divertirsi, non il metodo Strasberg.

Tralasciando le polemiche che si scagliano sulla presunta "commercialità non artistica" del film (non esageriamo, per carità, parliamo di film che costano 120 milioni di dollari, siamo realisti!) o su un Indy "vendutosi al pubblico dei tredicenni" (ma a quanti anni abbiamo visto i film precedenti?), Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo rimane, semplicemente, un film divertente, vedibile e simpatico, lontanissimo nei risultati dai precedenti. Non ridefinirà i canoni del genere, perché Indiana Jones l'aveva già fatto. Ora, evidentemente, la saga può solo guardarsi da lontano, in un panorama cinematografico di blockbuster che nascono dalla lezione rappresentata da Guerre Stellari e I predatori dell'arca perduta.